Non solo Teocrito…

 

  La figura di Eracle è forse la più conosciuta, o comunque tra le più conosciute, all’interno del complesso universo della mitologia greca: il frutto di un amore adulterino tra Zeus e Alcmena, comune mortale e sposa di Anfitrione, è oggetto di sdegno da parte della dèa Era, oltraggiata dall’ennesima infedeltà coniugale. Il dio riuscì a sedurre la donna, famosa per la fedeltà nei confronti del marito, prendendo le sembianze di quest’ultimo e unendosi a lei.

Il brano che analizziamo  riporta l’episodio di una vendetta della dèa nei confronti di Zeus: il tentato omicidio dell’illegittimo Eracle tramite due serpenti killer (vv. 3-4) in una profonda notte di febbraio (vv. 1-2).

 

  All’interno della letteratura greca, Teocrito non fu l’unico a narrare questo episodio: per esempio lo storico siceliota Diodoro (4.10) riconnette a questa  il significato del nome dell’infante prodigioso, ovvero “Gloria di Era”, perché a causa di quest’ultima egli acquistò gloria. In precedenza il piccolo si chiamava Alceo.

 

  Anche il maggiore esponente della lirica corale, il poeta Pindaro, redasse in poesia una sua versione del fatto, che leggiamo ai versi 55-85 della prima delle Nemee: Per Cromio e Eracle fanciullo.

Questo canto corale, lontano due secoli dall’idilllio teocriteo, presenta notevoli differenze contenutistiche, che ci interessano più di quelle formali perché meno vincolate alla tipologia poetica e all’epoca della composizione. Vediamole.

La vendetta di Era è messa in atto subito dopo la nascita di Eracle e quella del fratello Ificle, figlio legittimo di Alcmena e Anfitrione, che troviamo cantati su un talamo sovrastato da panni di croco (Pindaro v. 57). In Teocrito, invece, Eracle era nato più in là rispetto a Ificle, poiché concepito dopo (vv. 21, 27).

Le due creature letali saranno uccise dall’eroe perché prese per la testa (Pindaro v. 56) anziché per la gola (Teocrito v. 18).

In Pindaro Alcmena viene svegliata dalle serve e avvertita delle urla del piccolo, così si dirige immediatamente verso l’infante, non curandosi di rivestirsi (vv. 69-72); secondo Teocrito invece sarà la donna, possiamo dire grazie all’istinto materno, a udire le urla e svegliare il compagno per esortarlo a salvaguardare la vita del piccolo, conseguentemente Anfitrione si desta e si arma (vv. 24-35). Nella versione teocritea l’uomo è accompagnato dai servi (v. 39), in quella pindarica la donna è scorta dai capi dei Cadmei assieme al compagno Anfitrione (vv. 73-76). Per concludere, a differenza della Menea di Pindaro, in Teocrito i servi sono incitati a togliere le sbarre della porta da una schiava Fenicia (vv. 40-41).

 

Quali conclusioni dobbiamo trarre dal confronto dei testi?

Lascio lo spazio ai vostri commenti, e passo a indicarvi la bibliografia.

 

Se non si ha a disposizione una buona edizione cartacea, i testi citati sono facilmente consultabili on-line:

 

Diodoro:

https://books.google.it/books?id=bocPAAAAQAAJ&printsec=frontcover#v=onepage&q&f=false (scroll to p. 164);

oppure in versione inglese, ed. Loeb digitalizzata:

https://archive.org/stream/in.ernet.dli.2015.183639/2015.183639.Diodorus-Of-Sicily-Vol-Ii#page/n369/mode/2up/search/diodorus+loeb

 

Pindaro:

https://books.google.it/books?id=cpqgDQAAQBAJ&pg=PT316&dq=pindaro+nemea&hl=en&sa=X&ved=0ahUKEwi6oeqV0vDZAhUHKuwKHa_fBFwQ6AEIPTAD#v=onepage&q=pindaro%20nemea&f=false

 

Due godibili quadri d’insieme su Eracle;

uno letterario:

https://www.academia.edu/10276017/RITRATTO_DI_ERACLE_DA_ALCUNE_FONTI_ANTICHE?auto=download

e uno storico-archeologico:

http://consiglio.basilicata.it/consiglioinforma/files/docs/48/89/98/DOCUMENT_FILE_488998.pdf

 


1 commento

vincenzo · 09/04/2018 alle 7:48 AM

la prof. Lambardi di Firenze mi segnala alcune pagine importanti in

Fantuzzi-Hunter, Muse e modelli, Laterza 2002

qui interessano specialmente le pp. 275-86 per il confronto con Pindaro

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *