Nel profondo della notte, nel mese in cui le stelle dell’Orsa si inchinano

davanti a Orione che fa mostra di una fulgida spalla,

ecco, due terribili mostri Era ingegnosa,

serpenti coperti di scaglie irte nelle scure spire,

spinse verso l’ampia porta, nello spazio tra gli stipiti

della casa, minacciando di mangiare il piccolo Eracle.

I due strisciavano a terra i ventri assetati di sangue

dipanandosi in spire: e dagli occhi un fuoco malvagio

lampeggiava loro nel muoversi, e sputavano veleno mortale.

Ma quando sibilando arrivarono vicino ai bambini,

allora si svegliarono, poiché Zeus si accorge di tutto,

i piccoli di Alcmena, e la casa rifulse d’una luce improvvisa.

Subito certo urlò, come si accorse delle malvagie bestie

sullo scudo cavo e ne vide i denti crudeli,

Ificle, e spingeva via la coperta di lana coi piedi,

cercando di fuggire; ma l’altro invece, Eracle,

si lanciò e con le mani li strinse entrambi in una dura stretta,

agguantandoli alla gola, dove nasce il veleno funesto

dei serpenti letali, odiato anche dagli dei.

I due intanto circondavano con le spire il bambino

nato tardi, nutrito di latte, a balia, e mai un pianto:

ma poi di nuovo lo mollavano, dopo il massimo sforzo,

cercando di trovare scampo alla presa inesorabile.

Alcmena udì le urla e si svegliò per prima:

“Alzati Anfitrione: sono preda di un orrendo timore;

alzati, non metterti nemmeno i sandali ai piedi.

Non senti, quanto grida il bimbo più piccolo?

E non vedi che pur essendo piena notte, le mura

sono illuminate come da una limpida aurora?

C’è qualcosa, sì, qualcosa di strano in casa, amore mio”.

Così disse: e quello si alzò dal letto, persuaso dalla sposa.

Prese rapido la spada decorata, che stava sempre

appesa a un chiodo sopra al letto di legno di cedro.

Intanto afferrava con una mano la cintura intessuta,

tenendo nell’altra il fodero, meraviglia in legno di loto.

E in quel mentre la stanza di nuovo fu invasa dal buio.

Allora disse ai servi che ronfavano un sonno pesante:

“Portate il fuoco dal camino! Rapidi, rapidi

miei servi, togliete le massicce sbarre alla porta!”

“Alzatevi, servi pazienti: il padrone comanda”,

fece pure la schiava Fenicia che stava a dormire sulle mole.

In un attimo con le lampade accese arrivarono tutti insieme

i servi; e la casa si riempì, ché ognuno si dava da fare.

Ma certo come videro quel ciccetto di Eracle

che teneva strette nelle mani tenere i due mostri,

lanciarono grida di sacro stupore; lui verso il padre Anfitrione

alzava i serpenti, e saltellava felice di gioia,

e ridendo depose vicino ai piedi di suo padre

gli orribili mostri, addormentati in un sonno di morte.

 

Note alla traduzione.

Abbiamo prodotto una traduzione a base sticomitica per innestarvi qualche scelta di vocaboli magari un po’ disinvolta ma speriamo efficace nella resa delle figure infantili protagoniste e dell’atmosfera casalinga e familiare, tratti peculiari dell’epillio.

Abbiamo volontariamente rinunciato a riprodurre la maggior parte delle figure retoriche, il riuso di termini con significato diverso, la profondità storica dei semantemi, una qualunque metrica: sia perché non ne siamo capaci, sia per la ferma convinzione che ogni traduzione sia in fondo un tradimento (U. Eco, Come si scrive una tesi di laurea, Milano 1977; o E. Livrea sulla sua traduzione di G. Seferis a 7’50” di questa lectio: https://www.youtube.com/watch?v=WgAt3Lk-caA).

Questa pagina dunque basti a dare un’idea generica dell’episodio narrato e dell’intenzione del narratore, e rimandiamo inevitabilmente all’originale greco tutti coloro che vogliano apprezzarne la forza poetica. Perché per apprezzare la letteratura greca bisognerebbe innanzitutto… sapere il greco!   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *